Orto Botanico di NapoliOrto Botanico di Napoli

  • Università degli Studi di Napoli Federico II - Via Foria 223, 80139 Napoli
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  • RESPONSABILI Direttore: Prof. Paolo De Luca
    Amministrazione 081/449759 - Stazione Sperimentale: 081/444031
  • ORARI L’Orto Botanico è di norma aperto al pubblico dal lunedì al venerdì, dalle 09.00 alle 14.00, previo appuntamento telefonico
  • INGRESSO gratuito
  • BOOKSHOP no
  • SUPERFICIE circa 12 ettari
  • VISITE GUIDATE Si, su prenotazione per gruppi o scolaresche
  • INDEX SEMINUM

Cenni storici

Il castello alla luce del pomeriggio

L’Orto Botanico di Napoli fu fondato agli inizi del XIX secolo, nel periodo in cui la città partenopea era dominata dai Francesi; questi ultimi realizzarono un’idea concepita in precedenza da Ferdinando IV di Borbone e la cui attuazione era stata impedita dai moti rivoluzionari del 1799.

Il decreto di fondazione di questa struttura reca la data del 28 dicembre 1807 e la firma di Re Giuseppe Bonaparte, fratello di Napoleone. Con l’articolo 1 di tale decreto venivano espropriati quei terreni, di proprietà in parte dei Religiosi di S. Maria della Pace e in parte dell’Ospedale della Cava, adiacenti all’Albergo dei Poveri e già individuati nel periodo borbonico per la realizzazione del Real Orto Botanico. Nello stesso articolo, venivano individuati gli scopi posti alla base della realizzazione della nuova struttura, destinata alla …istruzione del pubblico… e alla …moltiplicazione delle spezie utili alla salute, all’agricoltura e all’industria. Già da queste citazioni è possibile desumere gli elementi di modernità posti alla base della fondazione dell’Orto partenopeo, che sin dalle origini si sarebbe distinto per la molteplicità delle funzioni svolte e per il patrimonio vegetale diversificato.

La realizzazione del progetto fu affidata agli architetti de Fazio e Paoletti. Il primo realizzò la facciata monumentale, il cui stile fu uniformato a quello dell’adiacente Albergo dei Poveri, il viale principale perpendicolare alla facciata, il viale ortogonale a quest’ultimo che conduce all’edificio Castello, sede dell’Istituto, e la “Stufa temperata”, caratterizzata da un colonnato dorico e da portelloni di apertura ruotanti attorno a dei perni centrali. Il secondo si occupò della progettazione e della realizzazione della parte inferiore dell’Orto.

Con un decreto del 25 marzo 1810 veniva nominato direttore dell’Orto Botanico Michele Tenore. Questi aveva compiuto gli studi medici sotto Vincenzo Petagna, ereditando dal suo maestro la passione per la Botanica, che considerava non una branca della medicina, ma una scienza autonoma. Fu proprio tale concezione della Botanica che portò il Tenore ad organizzare scientificamente l’Orto in modo del tutto nuovo rispetto ai precedenti Giardini dei semplici.
Michele Tenore rimase direttore fino al 1860 e durante i 50 anni di direzione arricchì le collezioni dell’Orto, portando il numero delle specie vegetali coltivate a circa 9.000. Egli si preoccupò anche di allacciare rapporti con le principali istituzioni botaniche europee, facendo così conoscere ed apprezzare la struttura da lui diretta anche in altri paesi.

Tra le numerose attività svolte nel Giardino partenopeo nel periodo tenoreano si possono ricordare la ricerca scientifica, la coltivazione di specie di interesse medicinale, la didattica, la pianificazione dei Siti Reali borbonici e la raccolta, la moltiplicazione e la diffusione di piante esotiche. Queste ultime venivano di solito acclimatate nella “Stufa temperata” e nella “Stufa calda”, che dal 1818 affiancò la prima.

A Michele Tenore successe Guglielmo Gasparrini. Durante la sua direzione, dal 1861 al 1866, furono risistemate alcune aree dell’Orto come l’arboreto, l’agrumeto e il “frutticeto”, cadute in stato di abbandono durante gli ultimi anni della direzione del Tenore. Inoltre, fu creata una “Valletta” per la coltivazione di piante alpine e costruita una nuova serra riscaldata, in sostituzione della precedente. Egli si occupò tra l’altro anche della sistemazione del Museo botanico e dell’ordinamento dell’erbario che fu arricchito dalle collezioni del Tenore.

Alla morte di Gasparrini fu nominato direttore ad interim Giuseppe Antonio Pasquale e nel 1868 la direzione fu affidata a Vincenzo Cesati, che resse l’Orto fino al 1883, anno della sua morte. L’evento principale che caratterizzò l’Orto in tale periodo fu la costruzione di una nuova serra riscaldata.

La direzione successivamente passò di nuovo a Giuseppe Antonio Pasquale, che la tenne fino al 1893. Durante questo periodo il Pasquale riuscì ad impedire la realizzazione di un progetto che prevedeva la costruzione di nuove sedi di Istituti universitari nell’area su cui si estendeva l’Orto Botanico.

Federico Delpino successe a Pasquale e rimase in carica fino al 1905. Il problema maggiore che egli si trovò ad affrontare fu la scarsissima sensibilità delle autorità universitarie nei riguardi dell’Orto; ciò portò molti problemi di tipo economico e gestionale che diedero il via ad un lento declino della struttura.

Numerosi mutamenti si verificarono durante il periodo in cui fu direttore Fridiano Cavara (1906-1929). Quest’ultimo arricchì le collezioni e fece realizzare un’area per le xerofite e le succulente, un laghetto e due vasche per la coltivazione di piante lacustri. Il Cavara, inoltre, fece restaurare la Serra temperata e fece iniziare la costruzione di una nuova sede per l’Istituto.

Ad ogni modo, il merito maggiore del Cavara fu senza dubbio l’istituzione, avvenuta nel 1928, della “Stazione sperimentale per le piante officinali”, destinata alla coltivazione delle piante medicinali e alla loro sperimentazione. Questa struttura, dotata di fondi propri, funzionava sotto il diretto controllo della direzione dell’Orto, pur non facendo parte da un punto di vista istituzionale di tale struttura.

Nel 1930 la direzione passò a Biagio Longo, che continuò l’opera iniziata dal suo predecessore. Nel 1936 l’Istituto fu trasferito nella nuova sede, la cui costruzione, durata 18 anni, finalmente terminò. Precedentemente, nel 1933, era stata realizzata una sede per gli uffici e per il laboratorio della “Stazione sperimentale per le piante officinali”.

In questo periodo dell’attività dell’Orto, il punto culminante fu raggiunto nel 1940 con la riunione straordinaria della Società Botanica Italiana, tenuta in occasione dell’inaugurazione della Mostra d’Oltremare.

Negli anni successivi le vicende belliche influenzarono negativamente l’attività dell’Orto: le strutture in ferro furono divelte per essere destinate ad uso militare; furono introdotte su larga scala coltivazioni di legumi, patate e grano; varie volte la popolazione invase l’Orto per trovarvi rifugio e acqua. I bombardamenti devastarono, al pari della città, anche l’Orto, ma il vero scempio fu compiuto durante l’occupazione delle truppe alleate. Il nuovo Istituto, così come parte del vecchio, fu adibito a caserma; i prati furono ricoperti con cemento o sterilizzati e utilizzati come parcheggio per gli automezzi militari; parte dell’Orto fu trasformata in campo sportivo. Nel 1947, poco dopo la fine della sua direzione, Longo pubblicò una relazione che testimoniava lo stato di totale disfacimento in cui versava la struttura.
Questa situazione fu ereditata da Giuseppe Catalano, che tenne la direzione dal 1948 al 1959. In questo periodo furono ristrutturati parzialmente il vecchio Istituto e totalmente il nuovo, in parte per opera del Genio Civile, in parte grazie a fondi straordinari messi a disposizione della direzione dell’Orto. Furono ripristinati i cancelli in ferro e restaurate le serre: in particolare, alla serra riscaldata fu aggiunto un corpo avanzato corredato da una grande vasca. I prati furono liberati dalle pavimentazioni in cemento e arricchiti da essenze arboree. La “valletta”, in cui erano riunite piante alpine, fu trasformata in “filicetum”.

Durante la sua direzione (1959-1963), Valerio Giacomini mantenne sostanzialmente immutata la situazione lasciatagli in eredità da Catalano.
Nel 1963 la direzione fu assunta da Aldo Merola. Va subito ricordato che fu per l’instancabile opera di questo studioso che si verificarono la rinascita e il rinnovamento dell’Orto botanico di Napoli. La premessa a questa rinascita fu il raggiungimento nel 1967 dell’autonomia amministrativa ed economica della struttura, che tra l’altro consentì di ottenere finanziamenti straordinari, come quello del C.N.R. con il quale, alla fine degli anni ’60, fu possibile la costruzione di un complesso di Serre di 5000 m2. Inoltre, fu realizzato un impianto di riscaldamento nella Serra temperata e furono costruite alcune piccole serre da lavoro.

Con la creazione di una rete di distribuzione idrica, interessante parte dell’Orto, si sopperì ad una grossa carenza: infatti l’acqua era fino ad allora prelevata da un pozzo e convogliata in vasche di raccolta da cui veniva attinta manualmente.
Merola si interessò degli Orti botanici anche a livello legislativo, riuscendo, per quanto possibile, a sensibilizzare il potere politico sui problemi di queste strutture. Il risultato principale da lui ottenuto in tal senso fu la creazione del ruolo di giardiniere degli Orti botanici, che portò ad un incremento di personale specializzato.
La maggiore disponibilità finanziaria permise inoltre l’acquisto di alcune macchine agricole con grande vantaggio per la funzionalità del lavoro.

Come sede degli uffici dell’Orto furono adibiti gli unici tre locali agibili del Castello, mentre il nuovo edificio divenne la sede dell’Istituto di Botanica.

Agli inizi degli anni ’70 fu abolita la “Stazione sperimentale per le piante officinali”, per cui l’area di coltivazione, il personale e le strutture divennero parte integrante dell’Orto.
Le collezioni, estremamente impoverite, furono notevolmente incrementate mediante l’acquisto di piante in diverse parti del mondo e, principalmente, grazie alla raccolta in natura di esemplari vegetali nel corso di spedizioni botaniche cui parteciparono giovani botanici italiani e un illustre botanofilo, il Prof. Luigi Califano. In particolare, furono notevolmente arricchite le collezioni di Cycadales, di specie del genere Tillandsia, di succulente e di felci.

Merola riallacciò i contatti con gli altri Orti botanici europei, favorendo lo scambio di materiale vegetale e di esperienze scientifiche e inserendo, quindi, la struttura da lui diretta in una realtà scientifica a più ampio respiro. L’Orto, così, cominciò ad affrancarsi dal provincialismo che lo aveva caratterizzato dagli inizi del XX secolo. Merola fu anche molto attento nel potenziare il ruolo didattico dell’Orto, corredando tutte le piante con etichette riportanti i dati tassonomici e di distribuzione delle singole specie, creando nuove zone espositive e riorganizzando alcuni settori preesistenti. Nella realizzazione di nuove aree, è stato seguito in alcuni casi un criterio sistematico, in altri un criterio ecologico. L’area delle Pinophyta, l’agrumeto, la vaseria e il palmeto costituiscono esempi di zone a carattere tassonomico, mentre il “deserto”, la “torbiera”, la “spiaggia” e la “roccaglia” rappresentano aree a carattere ecologico in cui si è tentata la ricostruzione di ambienti naturali.

Alla morte di Merola, avvenuta nel novembre del 1980, la direzione fu assunta ad interim da Giuseppe Caputo. In questo periodo la città fu colpita dal disastroso terremoto che arrecò notevoli danni al Castello, così come all’Orto, che fu invaso per alcuni giorni dalla popolazione in cerca di rifugio e persino da mezzi corazzati che intervennero per un’emergenza riguardante l’adiacente Albergo dei Poveri. Liberato con l’ausilio della forza pubblica, l’Orto fu dotato di un servizio di sorveglianza armata, anche per arginare i continui furti perpetrati ai danni della struttura.

Alla fine del 1981 fu nominato direttore Paolo De Luca. La riparazione dei danni causati dal terremoto fu in parte effettuata con i fondi stanziati dal governo per la ricostruzione delle zone colpite dal sisma.

Il Castello, che il sisma aveva parzialmente distrutto, è stato totalmente restaurato. Grazie ai fondi concessi dalla Sopraintendenza ai monumenti, anche la facciata, lunga più di 200 metri, e la Serra monumentale, attualmente dedicata ad Aldo Merola, sono state oggetto di restauro. Il complesso delle nuove serre, dedicate già durante la direzione di Merola a Luigi Califano, sono state dotate di impianti di riscaldamento e di umidificazione, mentre le piccole serre da lavoro sono state ristrutturate. Gli spogliatoi dei giardinieri, in condizioni fatiscenti, sono stati totalmente ricostruiti e dotati di riscaldamento.

La rete idrica è stata completata, cosicché ogni zona dell’Orto è ora raggiunta dall’acqua del pozzo artesiano.

La meccanizzazione del lavoro, iniziata da Merola, è continuata con l’acquisto di molti altri mezzi agricoli. Le collezioni sono state ulteriormente arricchite da esemplari acquistati e da piante raccolte in natura.

Alcune zone, ancora non bonificate da Merola, sono state liberate dai rovi e risistemate; i prati dell’Orto, che versavano in condizioni precarie, sono stati reimpiantati e, inoltre, è stata recuperata alla coltivazione una zona completamente abbandonata del settore in passato ospitante la Stazione sperimentale per le piante officinali. In tale area, oggi denominata “Sezione sperimentale delle Piante Officinali”, sono state inoltre create aiuole ospitanti piante di interesse etnobotanico.

L’agrumeto, ridotto a pochi esemplari della vecchia collezione impiantata verso la metà del XIX secolo, è stato arricchito con molte nuove specie del genere Citrus, alcune cultivar e rappresentanti di altri generi di Rutaceae affini a Citrus.
Alle aree espositive create da Merola, è stata aggiunta la “macchia mediterranea”, una collezione delle piante più rappresentative di questa associazione vegetale.

Struttura e organizzazione

Vista sul deserto

Attualmente, la superficie totale dell’Orto botanico di Napoli è di quasi 12 ettari, sui quali sono presenti circa 9000 specie per un totale di quasi 25.000 esemplari raggruppati in collezioni organizzate secondo criteri sistematici, ecologici ed etnobotanici.

Le zone in cui le piante sono disposte secondo un criterio sistematico sono: il filiceto, l’area delle Pinophyta, il palmeto, l’agrumeto, l’area delle Magnoliophyta e piccole zone dedicate a singoli taxon di piante a fiore.

Le aree in cui le piante sono disposte seguendo un criterio ecologico sono: il “deserto”, la “spiaggia”, la “torbiera”, la “roccaglia”, la “macchia mediterranea” e le vasche per le piante acquatiche.

L’area a carattere etnobotanico è rappresentata dalla Sezione sperimentale delle piante officinali. Adiacenti al settore espositivo di tale zona sono localizzate due piccole aree di recente realizzazione, di cui una ospitante il percorso per i non vedenti e l’altra dedicato alle principali piante citate nella Bibbia.

L’arboreto, la collezione di bulbose, tuberose e rizomatose e il vivaio sono zone che non seguono nessuno dei criteri su citati.

Le principali collezioni

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Attività e progetti

Serra Merola

Le attività svolte attualmente dall’Orto riguardano, oltre la coltivazione e la presentazione a fini museologici delle collezioni e lo svolgimento di manifestazioni artistiche e culturali, principalmente la ricerca, la didattica e la conservazione di specie rare o minacciate di estinzione.

Ricerca

L’attività di ricerca svolta nell’Orto Botanico riguarda principalmente lo studio delle caratteristiche macro- e micromorfologiche di alcuni gruppi quali ad esempio le Cycadales e le Orchidaceae, lo svolgimento di indagini etnobotaniche presso comunità rurali dell’Italia centro-meridionale e l’analisi di fossili vegetali provenienti da geositi campani.Esempio di fossilizzazione per compressione: Acrosticum hesperium Lesquereux È inoltre da evidenziare che le collezioni dell’Orto Botanico rappresentano un serbatoio di materiale vegetale utilizzato a scopo di ricerca dai docenti della Sezione di Biologia Vegetale del Dipartimento delle Scienze Biologiche.

Didattica

L’attività didattica svolta dall’Orto Botanico si rivolge, oltre che agli studenti universitari, agli alunni delle scuole medie inferiori e superiori, concretandosi sia mediante l’organizzazione di visite guidate di scolaresche, condotte da personale specializzato, sia mediante corsi annuali atti ad abilitare il corpo insegnante all’uso didattico dell’Orto e delle sue collezioni.

Conservazione di specie rare o  in via di estinzione

Laghetto nel Filiceto

La conservazione e la protezione di entità rare, endemiche e/o in via estinzione è un’attività che con il passare del tempo ha assunto sempre maggiore importanza. Nell’Orto partenopeo sono custodite collezioni relative a gruppi di piante sempre più rare nei loro ambienti naturali, come ad esempio le Cycadales e le felci arboree, e sono coltivate entità endemiche viventi in Campania, come ad esempio Kochia saxicola e Primula palinuri, o scomparse dai siti naturali della nostra regione, come Ipomoea imperati.

Queste specie nostrane vengono riprodotte o moltiplicate, in modo da ottenere un cospicuo numero di esemplari da usare per un’eventuale reintroduzione in natura qualora le entità dovessero scomparire dai loro siti naturali.

Bibliografia

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DE LUCA P., MENALE B., PINTO E., BARONE LUMAGA M.R., CASORIA P.- 1994 Orto botanico – Collana “Valori di Napoli” con volumetto e videocassetta annessi Edizioni Pubblicomit.

GIACOMINI V., 1965 – L’Orto Botanico di Napoli. In AA. VV.: Orti Botanici delle Università Italiane. A cura di: Istituto di Tecnica e Propaganda Agraria, Consiglio Nazionale delle Ricerche: 89-102. Orto Botanico dell’Università di Napoli. Napoli.

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MENALE B. & MUOIO R., 2006 – L’Orto Botanico. In: Civitelli R. & Geirola A. (Eds.). Via Foria un itinerario napoletano: 57-62. Ed. Libreria Dante & Descarteis, Napoli.